Il grissino e quella strana teoria

Credo di avere un problema non irrilevante. Un’esigenza irrefrenabile, incontrollabile e, a quanto pare, destinata ad accompagnarmi per il resto della vita: divorare grissini.

Non uno, due, tre. Un pacco intero. Possibilmente senza rendermene conto. La situazione peggiora sensibilmente quando sono a casa e devo dedicarmi alla lettura, alla scrittura o allo studio. In questi casi il grissino diventa una presenza pressoché indispensabile. Certo, il solo rimedio sarebbe non comprarli. Ma se ci sono, ci sono. E a quel punto ogni tentativo di moderazione è destinato a fallire.

La faccenda va avanti da anni. Anzi, a pensarci bene, il grissino ha attraversato buona parte della mia formazione culturale e continua ad accompagnarmi anche nell’attività professionale.

Mi ha fatto compagnia durante i lunghi anni al Conservatorio e, successivamente, all’università. All’epoca avevo persino scoperto una sua funzione alternativa, di indubbia utilità didattica: poteva essere utilizzato come segnalibro nel dizionario di greco. Chi ha avuto a che fare con il Rocci sa bene quanto possa essere impegnativa la ricerca di una parola. Ebbene, quando finalmente riuscivo a trovarla, il premio consisteva nel divorare il segnalibro. Un sistema di gratificazione immediata che, a distanza di anni, continuo a considerare piuttosto efficace.

Del resto, penso che mangiare un grissino abbia una sua precisa fenomenologia. Lo sgranocchi mentre leggi, ascolti musica, studi o cerchi di mettere ordine nei pensieri. È un tipo discreto, poco ingombrante, non pretende particolari attenzioni. Puoi spostarlo con leggerezza tra le dita, tenerlo tra le labbra mentre ti soffermi su un dettaglio, concederti una serie di piccoli morsi cercando di mantenerlo in equilibrio. Si presta magnificamente anche alla gestualità. Puoi utilizzarlo per accompagnare un ragionamento, sottolineare un’affermazione, persino dirigere un’orchestra immaginaria. E mentre sei impegnato in tutte queste attività, lui scompare.

Et voilà! Uno dopo l’altro, senza che tu abbia avuto il tempo di registrare l’accaduto, i grissini finiscono. E con loro un intero pacco, talvolta di dimensioni tutt’altro che trascurabili.

Ora, poiché il grissino, con la sua eleganza minimalista, mi ha sempre conquistata, nel tempo ho cominciato a osservare con una certa curiosità anche le abitudini altrui nei confronti di questo prodotto da forno.

E qui la questione si è fatta interessante. Ricordo, per esempio, un maestro di armonia al Conservatorio, che mangiava grissini spezzandoli con i denti mentre batteva il tempo. Un’esecuzione ritmica impeccabile, nella quale la teoria musicale sembrava trovare una sua singolare applicazione a morsi.

Durante gli anni universitari, invece, alcune colleghe di straordinaria bravura, che ancora oggi godono della mia più sincera stima, custodivano nelle borse le intramontabili bustine di grissini torinesi.

Negli ultimi tempi, poi, il numero degli indizi è aumentato. Ho conosciuto un professore universitario, una mente particolarmente brillante, lettore accanito, capace di divorare un libro di cento pagine in circa venticinque minuti e di intrattenerti subito dopo in dissertazioni approfondite sui contenuti appena letti. Ebbene, a quanto pare, anche lui divora scatole di grissini con una disinvoltura impressionante. Più volte, a pranzo o a cena, l’ho visto mangiarne come se non ci fosse un domani. Non soltanto i propri, ma anche quelli degli altri commensali.

Non è finita. Alcuni amici scrittori mi hanno confidato, conversando del più e del meno, di avere sperimentato qualcosa di molto simile. Intere confezioni scomparse durante una sessione di scrittura. Grissini consumati quasi inconsapevolmente nei momenti di maggiore concentrazione creativa. E, a lavoro concluso, persino qualche senso di colpa.

A quel punto ho cominciato a interrogarmi. E se non fosse soltanto una coincidenza? Naturalmente potrei cercare una spiegazione ragionevole, magari affidandomi a qualche studio sulle abitudini alimentari e sui meccanismi della concentrazione. Ma preferisco concedermi il piacere di fantasticare e formulare ipotesi del tutto personali, probabilmente infondate, ma decisamente più divertenti.

Per esempio, che il grissino possieda una misteriosa affinità con le attività intellettuali e nasconda una particolare predisposizione ad accompagnare il pensiero. O che alcune menti particolarmente singolari abbiano sviluppato nel tempo una predilezione per questo prodotto da forno. La casistica raccolta, del resto, mi sembra piuttosto incoraggiante. E poco importa la fragilità scientifica della tesi. O il rischio di un’autoreferenzialità piuttosto sfacciata. In fondo, se proprio devo convivere con un’abitudine alimentare incontrollabile, perché non concedermi il lusso di attribuirle una qualche parentela con la creatività? La teoria è scientificamente indifendibile, ne sono consapevole. Ma non tutte le convinzioni personali devono necessariamente superare la prova dei fatti. Soprattutto quando fanno così comodo.

Oggi, per esempio, è domenica. Ho trascorso parte del pomeriggio leggendo e scrivendo. E ho divorato un intero pacco di grissini. Non so se questo abbia contribuito in qualche modo alla qualità dei miei pensieri e del mio lavoro. Mi riservo di approfondire la questione.
Comprando altri grissini.

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