Hai detto gonne? Ho sentito stereotipi

Cornice dorata vuota appoggiata a una parete rosa, simbolo delle aspettative e degli stereotipi sociali.

Ho sempre indossato gonne lunghe. Da qualche giorno, però, comincio a guardarle con una certa riconoscenza. Pare infatti che possano contribuire alla mia reputazione di donna seria e affidabile. Evidentemente ho trascorso anni a costruirmi una credibilità senza sapere che una parte del lavoro l’aveva già fatta il mio guardaroba.

È lecito puntualizzarlo, visto che di recente l’informazione e i social, tra post e soprattutto meme, hanno trasformato gonne lunghe e gonne corte in un argomento di conversazione collettiva.

A riportare l’attenzione sull’abbigliamento femminile sono state alcune dichiarazioni pronunciate durante una manifestazione politica a Formello.

Nel tentativo di spiegare l’importanza della stabilità nelle scelte politiche, è stato utilizzato un paragone con la scelta della donna da sposare. Da una parte, una ragazza affascinante e appariscente, che potrebbe però essere infedele, secondo il ragionamento proposto; dall’altra, una donna «meno appariscente ma più affidabile, più seria», destinata a essere «una buona madre di famiglia».

A completare il ritratto della donna da preferire, anche il riferimento alle gonne un po’ più lunghe.

C’è chi ride e chi si indigna. Le reazioni non si sono fatte attendere: politiche, naturalmente, ma non solo. Fotografie in minigonna, commenti, ironia e personaggi pubblici che hanno risposto utilizzando proprio l’abbigliamento come linguaggio.

Al di là degli schieramenti politici, delle simpatie e delle antipatie, questa vicenda torna a ricordarci una cosa tanto semplice quanto fondamentale nella comunicazione: le parole hanno conseguenze.

Soprattutto quando a parlare è qualcuno che, in quel momento, non rappresenta soltanto se stesso.

E forse sarebbe il caso di prestare alle parole almeno la stessa attenzione che riserviamo alla lunghezza delle gonne.

Certo, per carità, sono arrivate le scuse. È stata poi ribadita l’assenza di qualsiasi intenzione di offendere le donne, tanto nella vita privata quanto in quella pubblica.

Ed è proprio qui che non possiamo mettere un punto. Perché le scuse subordinate alla sensibilità di chi ascolta rischiano di spostare l’attenzione dalle parole pronunciate alle reazioni che hanno provocato.

È uno dei principi più elementari della comunicazione: l’intenzione appartiene a chi parla. Il messaggio, una volta pronunciato, entra invece nello spazio di chi ascolta. E più pubblico è il ruolo, più grande diventa quello spazio.

A questo punto, però, mi sembra doverosa una precisazione: io non so cucinare, non so cucire e sulla gestione della casa preferirei non essere interrogata. Non saprei quindi esattamente dove collocarmi nella classifica dell’affidabilità matrimoniale. E temo che neppure un’intera collezione di gonne lunghe riuscirebbe a migliorare la mia posizione.

Il problema, tornando serie, è un altro: continuare, ancora oggi, a raccontare le donne attraverso categorie che associano l’aspetto, l’abbigliamento o la storia sentimentale a concetti come affidabilità, fedeltà e capacità di essere moglie o madre.

Le parole costruiscono associazioni. E le associazioni, quando vengono ripetute abbastanza a lungo, contribuiscono a costruire immaginari. Per questo il modo in cui parliamo è importante e decisivo.

Non è soltanto una questione di formalità, di opportunità o di attenzione a non urtare la sensibilità altrui.
È una questione di responsabilità.

Conta a scuola, in famiglia, nei giornali, sui social. E conta ancora di più nelle istituzioni, perché chi ricopre un ruolo pubblico non comunica mai soltanto a titolo personale.

In un Paese che continua a registrare episodi di violenza contro le donne, FEMMINICIDI (lo scrivo in maiuscolo così si sente pure la mia voce) e deve confrontarsi con la necessità di educare soprattutto le nuove generazioni al rispetto, alle relazioni e alla libertà individuale, forse la domanda da porsi non è quale donna consiglieremmo a un figlio di sposare.

Dovremmo piuttosto chiederci quali persone stiamo aiutando le nuove generazioni a diventare.

Se sapranno rispettarsi, se avranno gli strumenti per costruire relazioni sane, se riusciranno a riconoscere il valore di una persona senza misurarlo attraverso un vestito, un ruolo familiare o un’aspettativa sociale.

E magari anche se, guardando il Paese che stiamo consegnando loro, avranno ancora voglia di immaginare un lavoro, realizzare i propri sogni, sposarsi, costruire una famiglia, avere dei figli, un cane, un gatto.
Oppure tutt’altro.
Purché sia un futuro che sentano davvero proprio.

Quanto alle gonne, continuerò a indossare quelle che mi piacciono, lunghe, medie, corte e cortissime.
Senza affidare loro il compito di garantire la mia rispettabilità.

Dalle parole di chi rappresenta le istituzioni, invece, mi aspetto qualcosa di più.

Categorie