Ricordarsi di ricordare
Se c’è una funzione dei social che mi piace molto è quella che riesce a restituirci un pezzo della nostra vita passata.
Una fotografia, una frase, una notizia condivisa uno, due, tre anni fa. A volte molto di più.
La ritroviamo lì, con facilità, mentre stiamo facendo altro. E improvvisamente ci ricorda cose che, nella fretta delle giornate, dimentichiamo.
Ci ricorda di ricordare.
Interessante, davvero.
Perché dietro una vecchia pubblicazione quasi mai c’è soltanto ciò che vediamo sullo schermo. Tornano persone, incontri, luoghi. Riaffiorano stati d’animo, sentimenti e persino oggetti che credevamo di avere dimenticato e che invece, da qualche parte, continuano tranquillamente a esistere.
Siamo noi che, presi dalla routine, facciamo sempre più fatica a farli riaffiorare.
A meno che (e qui parlo esclusivamente per me) dopo una giornata di lavoro e impegni non si arrivi finalmente a casa e, completato quel piccolo percorso a ostacoli che comprende cena, doccia, skincare, non sfottete!, capelli, sopracciglia – sì, le pettino, e ultimamente c’è pure chi mi prende in giro per questo – e tutto il resto, non ci si stenda sul letto senza fare niente.
In realtà, si fa tantissimo.
Si pensa.
Ed è una delle sensazioni che amo di più. Talvolta, però, la odio anche un po’.
Non è necessariamente rassicurante.
I pensieri, infatti, hanno la pessima abitudine di non presentarsi in ordine e, soprattutto, non arrivano soltanto quelli piacevoli. Ci sono alti e bassi. Seguono la giornata. Cose che fanno sorridere e altre che stringono lo stomaco. È un piccolo odi et amo quotidiano.
Eppure, che bello. È profondamente umano.
Ed è anche uno dei momenti in cui, di tanto in tanto, mi vengono le idee migliori.
Certo, poi c’è la doccia. E lì è tutta un’altra storia. Un problema organizzativo non trascurabile: nel momento esatto in cui arriva quell’idea che mi sembra straordinaria comincia la disperata ricerca di qualcosa su cui appuntarla. Uscire dalla doccia rischiando di rompersi il collo, recuperare miracolosamente un foglio appoggiato sul tavolo, continuare a ripetere mentalmente il concetto per paura di dimenticarlo. E poi cercare una penna.
È generalmente lì che tutto si complica.
Le penne, almeno per me, funzionano così: quando non servono sono ovunque. Quando diventano indispensabili, spariscono.
Ma torniamo ai social.
Oggi, andando indietro nel tempo, mi è comparsa una notizia legata a Cristiana.
Una collega bellissima con cui, negli anni dell’università, avevo studiato e sostenuto una materia, Letterature classiche ed europee.
Sono trascorsi molti anni.
Cristiana oggi, purtroppo, non c’è più.
Eppure è bastata quella notizia di tre anni fa, per quanto triste e dolorosa, a riaccendere immediatamente un’immagine.
Lei. Geniale. Alle prese con la traduzione di una lingua meravigliosa e complessa come il greco.
Insieme a Cristiana sono tornati tanti altri dettagli. Una voce. Una stanza. Una frase. Un libro sottolineato cinque volte e con cinque colori diversi. L’Antigone di Sofocle e le leggi non scritte, «infallibili degli dei».
Un social può far comparire una fotografia o una vecchia pubblicazione. Ma quello che accade subito dopo non appartiene più alla tecnologia. Appartiene a noi?
Al nostro archivio, sempre in costruzione e in continuo cambiamento, molto più grande, fatto anche dalle persone che abbiamo incontrato, dai pezzi di vita condivisi, dalle emozioni che credevamo lontane.
Cristiana mi ricorda che alcune lezioni finiscono con un esame, altre continuano a tornare negli anni. E, alla fine, gli attimi, i momenti e i particolari per noi più importanti non hanno bisogno di essere recuperati in nessun archivio.
Sono già depositati nel cuore.





