Elisa, Lisa e tutte le altre

parete di libri che contengono storie di Elisa

Elisa, Lisa, Lì, Lili, Elisabeth. Ma anche Lisetta, Lisucca, Laiza, Elaiza. Persino Lisona.

E poi Elisa Santa.

A pensarci bene, oggi posso dire di avere molti nomi. Quasi tanti quante sono state, negli anni, le percezioni che gli altri hanno avuto di me.

Perché il nome, quello con cui veniamo chiamati davvero, non dipende quasi mai soltanto da noi.
Cambia con i contesti, con gli affetti, con il lavoro, con i ruoli professionali, con le amicizie, con i parenti. Cambia perfino con il tempo.

Io, ufficialmente, mi chiamo Elisa.

Poi gli amici e le persone più vicine hanno cominciato a chiamarmi Lisa.
E devo ammetterlo: Lisa, tra tutti, è quello che preferisco.

Ma sul mio nome esistono almeno due storie che meritano di essere raccontate.

Ecco la prima.

Io ancora non ero nata.

Dovevo chiamarmi Elisa Santa.

Sì, proprio così.

Quando in famiglia arrivò la notizia che sarebbe nata una bambina, si aprì una questione che, nel Sud di qualche decennio fa, poteva assumere proporzioni molto più serie di quanto oggi si possa immaginare: «come la chiamiamo?».

Da una parte c’era mia nonna materna, Elisabetta. Donna dal nome importante che, ricordando opportunamente a tutti di portare quello di una regina, non ebbe particolari esitazioni.

«Questa Elisabetta si deve chiamare».

Chiaro. Lineare. Regale. Il suo pensiero.

Non aveva però fatto i conti con mia nonna paterna.

Nonna Santa.

Un metro e cinquanta circa di altezza, una fortuna sconfinata a tombola durante le feste di Natale e, sul nome della futura nipote, altrettanta chiarezza.

«Questa è come me: Santa si deve chiamare».

Non me ne voglia nonna Santa: per fortuna io, alla fine, sono arrivata a un metro e sessantotto.
Niente male.

Ma torniamo alla contesa.
Pare che nei mesi precedenti alla mia nascita, nonostante la lieta novella, tra le due donne non corresse esattamente buon sangue.

E così, quando la conversazione arrivava alla fatidica questione del nome, si creava quel genere di atmosfera che nelle famiglie meridionali non ha bisogno di spiegazioni: poche parole, molti significati e silenzi capaci di occupare un’intera stanza.

Chiamala così. Chiamala colà.
A un certo punto mia madre ebbe un’intuizione che, a distanza di anni, ritengo un piccolo capolavoro di diplomazia familiare.

Altro che brand naming specialist.

«La bambina si chiamerà Elisa Santa».

Tutte contente?
Più o meno.

Nonna Elisabetta accettò la soluzione senza particolari proteste. Forse, questo almeno è quello che penso io, perché in famiglia una nipote Elisabetta c’era già.

Nonna Santa, invece, non era donna da compromessi. Non disse una parola. Figuriamoci se poteva accettare che Santa venisse collocato al secondo posto, dopo Elisa.

Eppure la decisione sembrava presa: Elisa Santa.
Che, per una che di cognome fa Sanfilippo, non sarebbe stato neppure male.

Tra Elisa, Santa e Sanfilippo avrei potuto affrontare l’esistenza con una certa dotazione preventiva di santi e benedizioni.

La storia, però, non finisce qui.
Arriva il giorno della mia nascita.

Nonna Santa, toma toma, prende l’iniziativa: della registrazione all’anagrafe si occupa lei.

Mio padre rimane in macchina. Lei entra.

Ed è proprio lì che tutto quel silenzio trova finalmente il suo momento.

«Signora, come la registriamo la bambina?».

«Elisa si chiama!».

Fine. Santa scompare. Colpo secco.

Così sono diventata semplicemente Elisa Sanfilippo.

Ecco la seconda storia.

Siamo nel 2014 e sto scrivendo la mia seconda tesi di laurea.

Periodo intenso, pieno, memorabile.

Il territorio è quello della filologia classica e l’argomento è di quelli che, raccontati durante una cena, potrebbero far improvvisamente ricordare agli altri commensali di avere un appuntamento molto urgente altrove.

Parliamo per intenderci di tetracordi, teoria musicale greca, sistemi armonici.

Una faccenda piuttosto tosta.
Non entrerò nei dettagli (magari un giorno lo farò), perché qui stiamo parlando di nomi.

In quel periodo trascorrevo una quantità considerevole delle mie giornate in compagnia di un tale Aristosseno di Taranto, allievo di Aristotele.

Se avete in mente la Scuola di Atene di Raffaello, secondo alcuni studiosi sarebbe il giovane in piedi immediatamente dietro e a destra di Pitagora, nel gruppo in basso a sinistra.
Per me è lui.

La mia tesi prevedeva la traduzione dal greco all’italiano degli Elementi di armonia (Ἁρμονικά).

Non chiedetemi perché decisi di farlo. Ancora oggi mi domando soprattutto come abbia fatto a non finire in terapia.

Il problema era che, per lavorare su quel testo, le traduzioni italiane disponibili da consultare non abbondavano.

Ce n’era una, però, per me fondamentale, firmata da Rosetta Da Rios, stimata filologa classica e musicologa italiana.

A furia di leggere Aristosseno, confrontare il greco, consultare Rosetta Da Rios e discutere del lavoro con il mio relatore, a un certo punto accadde l’inevitabile.

Durante uno dei ricevimenti, il professore, erre moscia, faccia perennemente sorridente, di quelle che non capisci mai se stia per annunciarti una catastrofe accademica o farti un complimento, mi guarda e pronuncia la sentenza:

«Sembri tu Rosetta. Lisa Da Rios».

Da quel giorno sono diventata Lisa Da Rios.

Prima nel Corpo basso, e qui soltanto alcuni classicisti comprenderanno fino in fondo, poi, progressivamente, anche fuori dalle stanze universitarie.

Lisa Da Rios diventò la mia identità parallela. Un soprannome. Una specie di alter ego filologico. E mi avrebbe accompagnata, più o meno, per dieci anni.

Fine anche della seconda storia.

O forse no. Perché, alla fine, una morale da tutta questa proliferazione onomastica l’ho ricavata. Negli anni ho dovuto specializzarmi, manco a farlo apposta, in brand naming.

E dunque io sono stata, e in molti casi sono ancora, Elisa, Lisa, Lì, Lili, Lisetta, Lisucca, Laiza, Elaiza, Lisona.

Potevo essere Elisa Santa.
E per un decennio ho risposto anche all’appellativo diLisa Da Rios. Di fatto i soprannomi raccontano qualcosa che il nome scritto sulla carta d’identità non riesce a dire. Raccontano chi ci ha chiamati così. Il periodo della vita in cui è accaduto. Una famiglia, un’aula universitaria, un’amicizia, un lavoro, una confidenza. A volte persino una piccola battaglia combattuta prima che venissimo al mondo.

Il nome ce lo assegnano alla nascita. Gli altri, nel corso della vita, continuano spesso a modificarlo.
E, in fondo, ciascuna di quelle variazioni conserva un orientamento, una storia, un sentimento, un’emozione.

Io continuo comunque a chiamarmi Elisa.
Ma se mi chiamate Lisa, probabilmente vi risponderò un po’ più volentieri.
Quanto al brand naming, ormai qualcosa ne so.
E se volete capire perché un nome è importante, possiamo pure parlarne.

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