Il mio ottobre dentro la Camera Blu

Quest’estate, tra le diverse letture, mi sono imbattuta in La camera blu. Amori e misteri tra i vicoli di Palermo, il romanzo di Valeria Giarrusso, pubblicato da Torri del Vento Edizioni.

Non immaginavo che quel libro sarebbe diventato il filo conduttore di buona parte del mio ottobre. Un mese di incontri, conversazioni, amicizie che si consolidano e occasioni di confronto su argomenti che vanno ben oltre la storia raccontata nel romanzo.

Ma andiamo con ordine.

Prima del romanzo c’è una storia vera. È quella di Valeria e di suo marito Giuseppe che, diversi anni fa, si trovano alle prese con un problema di infiltrazioni nella loro abitazione di via Porta di Castro, a Palermo. Durante i lavori, scrostando una parete, scoprono un ambiente straordinario, decorato di blu e arricchito da iscrizioni: la Camera delle Meraviglie.

Immagino le loro facce!

Da allora quella stanza attira l’attenzione di studiosi, artisti, intellettuali e giornalisti. Se ne interessa anche Vittorio Sgarbi e la notizia raggiunge il maestro Ezio Bosso, che contatta la famiglia per visitarla.

A distanza di anni, Valeria trasforma quel ritrovamento nel punto di partenza di una storia di fantasia, intrecciando amori, misteri e relazioni familiari tra i vicoli di Palermo.
Del romanzo ho già parlato in una precedente recensione. Oggi, invece, voglio raccontarvi quello che è accaduto fuori dalle sue pagine.

Ho conosciuto Valeria un anno fa, grazie a suo figlio Antonio Tancredi Cadili. Stavo lavorando a uno speciale per il quotidiano La Sicilia, dedicato a Palermo e alla sua bellezza nascosta, quando ho deciso di raccontare la storia di Antonio, giovanissimo puparo capace di coniugare una tradizione antica con una sensibilità contemporanea. Mi colpiscono il suo talento e la passione con cui racconta l’opera dei pupi, un patrimonio culturale che continua a vivere anche grazie a ragazzi come lui.

Da quell’intervista nasce una conoscenza che, nel tempo, si arricchisce di conversazioni e interessi comuni. Con Valeria e Giuseppe, entrambi colleghi giornalisti, condividiamo riflessioni sulla professione e sull’amore per Palermo, con le sue bellezze e le sue tante contraddizioni.

Negli ultimi mesi, anche grazie al romanzo, quella conoscenza diventa un’amicizia. Partecipare alle presentazioni de La camera blu, qualche volta tra il pubblico e altre intervenendo nel dibattito, diventa così un’occasione per condividere il piacere della lettura e proseguire conversazioni che il libro continua ad alimentare.

Oggi possiamo conoscere l’uscita di un romanzo, acquistarlo e leggerne le recensioni senza incontrare nessuno. Eppure le presentazioni conservano un valore particolare: permettono di ascoltare l’autore, conoscere le ragioni di alcune scelte narrative, confrontare interpretazioni. Trasformano un’esperienza individuale, come la lettura, in un’occasione di dialogo. E ogni incontro può aggiungere qualcosa di diverso alla stessa storia.

A Villa Niscemi, per esempio, il confronto ha assunto un taglio storico e culturale, offrendo l’occasione per riflettere sulla responsabilità di conoscere e tutelare il patrimonio di Palermo. La scoperta della Camera delle Meraviglie ci ricorda che la bellezza può nascondersi anche nei luoghi più insospettabili. Ma riconoscerla non basta: occorre conservarla, valorizzarla e trasmetterne il significato. Ne abbiamo parlato, il 7 ottobre, insieme al collega Felice Cavallaro, autore della prefazione del romanzo, e allo storico Gaetano Basile, che ha arricchito il pomeriggio con curiosità e aneddoti sulle parole e sulla storia della città.

LOCANDINA presentazione Villa Niscemi

Nei giorni successivi, sul sagrato della Cattedrale di Palermo, nell’ambito dell’iniziativa Leggiamo il territorio, la conversazione si è spostata sul valore della lettura e sulle condizioni del centro storico. Con il regista Pasquale Scimeca, tra i primi a visitare la Camera delle Meraviglie, Giovanna Analdi dell’Associazione Cassaro Alto e la libraia Susan Vaccaro, il 10 ottobre, abbiamo discusso delle potenzialità della città e delle questioni che continuano a richiedere attenzione. Su quest’ultimo argomento ci sarebbe molto da scrivere, ma meriterebbe uno spazio a parte. Mi interessa piuttosto sottolineare come un romanzo ambientato a Palermo ci abbia portati a confrontarci sulla Palermo reale, sul rapporto tra patrimonio culturale e vita quotidiana.

Tra i relatori c’era anche Valeria Vallesi Cardillo, divulgatrice letteraria e content creator, che ho avuto il piacere di conoscere. Attraverso il suo profilo Viddina Bookstagrammer condivide la sua passione per i libri, portando la lettura anche negli spazi digitali e raggiungendo pubblici differenti.

A Piazzetta Bagnasco, invece, il pomeriggio è trascorso con la piacevolezza delle conversazioni che sembrano durare molto meno del tempo che occupano. Tornare in questa piazzetta per me è sempre un piacere. Grazie all’impegno dell’associazione che la anima, negli anni è diventata un punto di riferimento per la cultura, il dialogo e la partecipazione. La presentazione de La camera blu ha concluso, il 16 ottobre, l’ottava stagione di attività. A moderare l’incontro è stata la collega Gilda Sciortino, che cura anche la comunicazione dell’associazione. Con Valeria abbiamo parlato di relazioni familiari, ricordi, felicità e della capacità dei romanzi di risvegliare esperienze personali. Perché leggiamo tutti le stesse parole, ma non necessariamente proviamo le stesse emozioni.
L’ultimo incontro, alla Fondazione Antonio Montinaro, ha avuto una caratteristica particolare: con noi c’erano gli studenti del liceo Cassarà.
Confrontarsi con i ragazzi è sempre stimolante. Richiede di ripensare il proprio modo di comunicare, scegliere esempi vicini alla loro esperienza e, soprattutto, essere disponibili ad ascoltare. Ho scelto di partire da una domanda: un luogo può raccontare qualcosa di una persona, anche quando quella persona non c’è? Da un esempio semplice, quello della propria camera, siamo arrivati a riflettere sul modo in cui gli scrittori descrivono gli ambienti, costruiscono atmosfere e utilizzano le parole per suggerire emozioni e caratteri. Un argomento adatto agli studenti di un liceo linguistico, perché le parole non servono soltanto a comunicare informazioni: attraverso le loro sfumature possono influenzare il modo in cui immaginiamo e interpretiamo ciò che leggiamo. Per chi comunica per professione è sempre importante saper cambiare prospettiva. Parlare ai giovani non significa necessariamente avere qualcosa da insegnare. Può essere, prima di tutto, un’occasione per confrontarsi con sensibilità e punti di vista differenti. Questo incontro mi ha permesso anche di ritrovare, dopo tanto tempo, la collega Ambra Drago, che cura la comunicazione della Fondazione Antonio Montinaro, e di approfondire la conoscenza delle attività che questa realtà porta avanti. La Fondazione prende il nome da Antonio Montinaro, caposcorta del giudice Giovanni Falcone, ucciso nella strage di Capaci del 23 maggio 1992 insieme a Falcone, Francesca Morvillo e agli agenti Vito Schifani e Rocco Dicillo. Attraverso le sue iniziative, Tina Montinaro e la Fondazione custodiscono e trasmettono la memoria, promuovendo la cultura della legalità e il coinvolgimento delle nuove generazioni.

Eravamo lì per parlare di un romanzo, ma la conversazione ci ha condotti anche verso altre storie e altre occasioni di conoscenza. Ripensando a questo ottobre, mi colpisce soprattutto una cosa: siamo partiti sempre dallo stesso libro, ma ogni volta la conversazione ha preso una direzione diversa. Abbiamo parlato di bellezza, città, sentimenti, lettura, giovani e memoria. Ho ritrovato persone, ne ho conosciute altre, approfondito rapporti che già esistevano. Tutto questo non era scritto nel romanzo. È accaduto perché quella storia è uscita dalle pagine ed è diventata un’occasione per incontrarsi.

Avete visto cosa è in grado di fare un libro?

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