La volontà influisce sul risultato. Vero, ma non sempre.
Ci sono volte in cui dipende da noi. Dalla caparbietà, dall’insistenza, dal fatto che decidiamo di non arrenderci proprio quando sarebbe molto più comodo farlo. E ce ne sono altre in cui possiamo insistere, provarci, desiderare con tutte le nostre forze, ma da noi purtroppo non dipende niente.
Poi passa il tempo e, qualche volta, scopriamo che proprio quella cosa che non è andata come volevamo forse doveva andare così. Per una ragione che allora non riuscivamo a vedere, a capire.
Fatalismo? Caso? Coincidenze?
A volte penso semplicemente che nella vita le due cose possano accadere contemporaneamente: noi facciamo la nostra parte, il resto segue un andamento tutto suo.
Come quel 2 novembre di un anno fa.
Per tradizione, Festa dei Morti equivale a visita al cimitero: un saluto agli affetti che non ci sono più.
Io ero andata a trovare mio padre.
Quel giorno, però, sarebbe nato un nuovo ricordo: quello di un anello.
Uno chevalier dorato, con le mie iniziali in corsivo, E S. Un regalo diventato nel tempo qualcosa di più: un oggetto che porto quasi sempre con me, una presenza discreta, forse perfino un piccolo amuleto. Del resto, ritengo di essere un po’ animista.
Questo anello ha sempre avuto, però, un difetto: mi è largo.
Nonostante fosse stata scelta la misura più piccola disponibile, la raccomandazione era stata immediata: «Lo devi stringere».
Il gioielliere, qualche giorno dopo, aveva sollevato non poche perplessità.
«Stringerlo? Ma qui non resta più niente da togliere».
Un punto in più, un punto in meno. Considerazioni tecniche, esitazioni, tentativi. Alla fine venne fatto. Solo che onestamente l’anello, ostinatamente , continuava a muoversi.
Torniamo al 2 novembre.
Raggiungere il cimitero di Bagheria “il giorno dei Morti” richiede una certa organizzazione. Le automobili si fermano ben prima dell’ingresso, piccoli minivan fanno avanti e indietro per accompagnare le persone all’interno, i fiorai riempiono gli spazi intorno al cancello.
Ci sono fiori ovunque, vasi, famiglie che percorrono i viali, bambini che corrono, persone che si incontrano e si salutano. Qualche sorriso. Volti malinconici.
Chi resta in silenzio davanti a una fotografia. Chi, invece, continua a parlare come se dall’altra parte qualcuno rispondesse.
Sulle tombe fanno capolino corone d’alloro e confetti: traguardi raggiunti e spesso non condivisi. Fogli, pensieri, lettere abbandonate.
Io resto lì circa mezz’ora. Mi siedo sulla panchina davanti alla tomba di mio padre.
Poi riprendo il viale a piedi. Sono con mia madre.
Stiamo andando verso la macchina, molto lontana. Cammino, penso, ripenso, ricordo.
A un certo punto sfioro, quasi distrattamente , la mano destra.
Mi fermo. L’anello non c’è.
Inizia allora quella successione di pensieri rapidi e disordinati che accompagna l’idea ogni oggetto perduto. L’avevo messo? Forse no. L’ho perso in macchina? Al cimitero? Per strada?
Oppure è rimasto a casa. Mi convinco che debba essere così. «Sicuro l’ho lasciato a casa», dico a mia madre.
Per prudenza, però, ripercorriamo il viale e controlliamo anche l’automobile.
Niente. Torniamo a casa.
Sono le 17.20.
Pochi minuti dopo arriva la certezza. L’anello non è lì.
E se non è a casa, può essere rimasto soltanto al cimitero. Peccato che sia il 2 novembre. E che il cimitero chiuda alle 18.
Ci torno? Arriverò in tempo? E soprattutto: come posso pensare seriamente di ritrovare un piccolo anello d’oro in un intero cimitero attraversato per ore da centinaia di persone?
La risposta più razionale sarebbe una sola: rassegnarsi.
E invece decido di provarci. «Andiamoci».
Alle 17.55 sono di nuovo davanti al cancello. «Non si può entrare, signora. È chiuso. È il 2 novembre per tutti».
«Ho perso un anello. Mi faccia fare soltanto un giro veloce lungo il tragitto che ho fatto». «No, no. È chiuso. E poi, a quest’ora, si figuri se qualcuno non l’ha già trovato». Insisto. «Per favore. Impiego un minuto».
A quel punto, dietro l’uomo che protesta con una gestualità alquanto drammatica, compare un altro uomo, ancora più anziano. «E fagli fare ’sto giro, Giovà!».
Entro. Percorro per la quarta volta lo stesso viale. È quasi sera. Il cimitero è vuoto e sembra un altro luogo rispetto a poche ore prima. Aria grigia, silenziosa.
Cammino guardando per terra. Nulla. Continuo. Ancora nulla.
Finché raggiungo di nuovo il punto in cui ero stata poco prima. La panchina. La tomba di mio padre. Guardo in basso. Nell’erba c’è un luccichio. Il mio anello.
L’ho ritrovato. Questa è la parte che posso spiegare e quindi raccontare, perché ho scelto di tornare indietro.
Il resto meno. Il fatto che nessuno lo abbia visto, che nessuno lo abbia raccolto, che fosse rimasto lì, nell’erba, a pochi passi dal luogo in cui mi ero fermata davanti a mio padre.
La volontà conta. È vero e a volte cambia il corso delle cose.
Altre volte arriva soltanto fino a un certo punto. Poi restano il caso, le coincidenze, il destino.
Post scriptum: sono tornata in seguito anche dal gioielliere. Un altro punto in meno. Adesso l’anello resta al suo posto.
Più o meno.





