Sempre con il cellulare in mano (ma il problema è un altro)

giovani con smartphone.

«Sempre con questo cellulare in mano».

È una frase che si sente spesso. Ragazze e ragazzi in attesa dell’autobus, all’uscita da scuola, seduti attorno a un tavolo o su una panchina. Lo smartphone tra le mani e il giudizio arriva quasi immediato.

Una sentenza. Su di loro. Su un’intera generazione.

Viviamo nell’epoca delle informazioni infinite. Notifiche, video, messaggi, pubblicità, aggiornamenti continui. Tutto compete per conquistare una delle risorse più preziose che possediamo: l’attenzione.

Me ne accorgo spesso anche in aula quando insegno. Non perché studentesse e studenti siano necessariamente distratti, ma perché durante ogni lezione mi trovo a dover fare i conti con decine di stimoli che arrivano loro contemporaneamente. Lo smartphone è soltanto il più visibile. E per questo diventa il colpevole perfetto.

La verità, però, è che nessuno di noi è immune. Quante volte leggiamo soltanto i titoli? Quante volte scorriamo contenuti senza ricordarne uno dopo pochi minuti? Quante volte passiamo da una notifica all’altra senza concederci il tempo di approfondire? Viene allora da chiedersi: tutta questa abbondanza di informazioni non dovrebbe renderci più consapevoli?

In teoria sì. Nella pratica non sempre. Perché informazione e conoscenza non coincidono inevitabilmente.

Possiamo essere raggiunti da centinaia di contenuti ogni giorno senza riuscire a trasformarli in comprensione. Possiamo essere continuamente connessi e, allo stesso tempo, sempre meno presenti.

L’economista e sociologo Herbert Simon lo aveva intuito già nel 1971: quando aumentano le informazioni, diminuisce l’attenzione disponibile.

Eppure, quando si parla di attenzione, accade spesso che invece di interrogarci sulle nostre abitudini e sui nostri modi di fare, si volga lo sguardo ai giovani. Sono loro a non concentrarsi più. Sono loro ad aver perso la capacità di prestare attenzione. Sono loro a vivere con lo sguardo inchiodato a uno schermo.

Ma è davvero così? O sono gli adulti a non prestare sufficiente attenzione a loro?

Chi lavora con adolescenti e giovani sa che la realtà è molto più complessa. Quando qualcosa li coinvolge davvero, la loro capacità di concentrazione è sorprendente. Possono dedicare ore a un progetto, imparare nuove competenze in autonomia, approfondire passioni che spesso gli adulti neppure comprendono.

L’attenzione non è scomparsa.
Ha semplicemente cambiato forma.

Il problema è un altro.
Le nuove generazioni crescono circondate da possibilità infinite, ma da poche bussole. Da migliaia di contenuti ma da pochi riferimenti credibili. Da stimoli continui, ma da occasioni sempre più rare di costruire significati duraturi.

Ed è qui che il tema dell’attenzione incontra qualcosa di ancora più importante. Il rischio non è soltanto la distrazione. Il rischio è la pochezza dei sogni.

Molti non sembrano privi di ambizioni. Sembrano cauti nel coltivarle. Come se avessero imparato troppo presto che desiderare qualcosa significhi esporsi alla possibilità di rimanere delusi.

Lo percepisco spesso nelle conversazioni quotidiane con loro. Frasi come «sarebbe bello», «vediamo», «non lo so». Non sono parole di chi non desidera. Sono parole di chi fatica a credere che quel desiderio possa diventare realizzabile. O, peggio, che abbia davvero un senso.

La rinuncia oggi non si manifesta sempre apertamente. A volte si nasconde dietro obiettivi scelti semplicemente perché approvati da altri. Dietro modelli di successo costruiti dai social o dalle aspettative collettive. Altre volte è ancora più silenziosa: è l’abitudine ad abbassare l’orizzonte dei propri desideri prima ancora di provare a raggiungerli.

E così, accanto alle forme più evidenti di disagio e, purtroppo, anche di violenza che la cronaca ci restituisce ogni giorno, tra solitudine e isolamento emerge una fragilità meno raccontata: la difficoltà ad immaginare il futuro con fiducia.

Non perché manchi il talento. Non perché manchi l’intelligenza.
Basterebbe per ognuno di loro qualcuno capace di alimentare quella fiducia.
Che ascolti davvero. Che accompagni.

Qualcuno che dia loro attenzione.

In questo scenario torna utile un concetto che lo psicologo Mihaly Csikszentmihalyi sviluppò negli anni Settanta: il flow.

È quello stato in cui una persona è completamente immersa in ciò che sta facendo. La concentrazione diventa profonda, le distrazioni si riducono, il tempo sembra quasi scomparire. È una delle forme più alte di coinvolgimento e di apprendimento. Forse è qui che si nasconde una possibile risposta al nostro tempo. Il flow infatti è, per certi aspetti, l’esatto contrario della dispersione.

Significa recuperare profondità. Significa creare le condizioni affinché una persona possa sentirsi coinvolta, competente, motivata. Dare senso perché un senso c’è.

Ed è probabilmente questo che manca troppo spesso a molti giovani: occasioni autentiche per scoprire ciò che li appassiona davvero. Esperienze capaci di incentivare curiosità, appartenenza, significato.

L’attenzione non nasce dall’obbligo. Nasce dall’interesse. Nessuno presta attenzione a ciò che percepisce come vuoto. Si presta attenzione a chi ci parla, ci sfida, ci coinvolge.

Per questo, prima di “accusare” una generazione di essere distratta, dovremmo forse chiederci quali sogni le stiamo consegnando.

Forse il paradosso del nostro tempo: continuare a dire che i giovani sono sempre con il cellulare in mano, mentre pronunciamo quella frase con una notifica che lampeggia sullo schermo, il telefono sul tavolo o lo sguardo rivolto altrove.

Le nuove generazioni non hanno smarrito l’attenzione. Siamo noi ad aver dimenticato quanto sia importante offrirla. Perché essere attenti non significa soltanto guardare. Significa accorgersi.

E accorgersi davvero di ragazze e ragazzi, oggi, è probabilmente una delle responsabilità più grandi che abbiamo.

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