A proposito di storie. Cambiano i mezzi, si trasformano i linguaggi, si affinano gli strumenti con cui un racconto raggiunge il pubblico.
Eppure il meccanismo resta immutabile: qualcuno inventa una narrazione abbastanza intrigante da insinuarsi nell’immaginazione collettiva e ottenere ciò che più conta: l’attenzione.
È per questo che, tra le tante vicende legate alla comunicazione, continua a tornarmi in mente quella della sirena di Barnum. Una sirena che, naturalmente, non è mai esistita.
È il 1842. Tra salotti illuminati a gas, redazioni affollate e musei delle meraviglie, nelle grandi città occidentali il progresso scientifico convive ancora con il bisogno di credere all’impossibile. È in questo clima che l’impresario americano circense Phineas Taylor Barnum, abilissimo e raffinato artefice dell’intrattenimento, presenta al pubblico una scoperta destinata ad accendere la curiosità collettiva.
«Ho trovato una creatura marina proveniente dai lontani mari orientali. Una vera sirena», assicura.
La voce allora si diffonde rapidamente. Attraversa salotti, redazioni, conversazioni cittadine e passaparola. I giornali la rilanciano con un entusiasmo quasi febbrile. In poco tempo la curiosità si trasforma in fenomeno pubblico. Compaiono anche incisioni eleganti che raffigurano una donna-pesce dai lineamenti armoniosi, occhi malinconici, posture sensuali. Barnum, frattanto, orchestra il mistero con precisione teatrale: alimenta indiscrezioni, dissemina articoli anonimi, lascia che l’attesa maturi da sola nell’opinione pubblica.
Prima ancora dell’oggetto, crea il desiderio.
Ed è qui che la storia si fa davvero interessante. Perché il nocciolo dell’operazione non sta tanto nella sirena, quanto nella costruzione del suo mito. In quel teatro dell’illusione fa la sua comparsa un certo enigmatico dottor Griffin. Il nome circola con il peso solenne che pare contraddistinguere gli uomini di scienza.
Barnum lo presenta come un celebre naturalista inglese appena rientrato dai mari del Sud, depositario di straordinarie osservazioni zoologiche. Lui la sirena l’avrebbe vista davvero. Lo conferma alla stampa. Il pubblico gli crede. Del resto, in quell’epoca, la parola di un esperto vale quasi quanto una prova.
Solo che il dottor Griffin in realtà non esiste. È tutta un’invenzione. A interpretare questo carismatico professore è Levi Lyman, collaboratore di Barnum, assoldato per spacciarsi come figura autorevole, rigorosa e competente. Una presenza scenica costruita ad arte e con tale abilità da risultare credibile persino agli osservatori più prudenti. «L’estimabile dottor Griffin», scrivono alcuni giornali. Ed è difficile, oggi, non cogliere in questa trovata qualcosa di spaventosamente contemporaneo. Perché una delle dinamiche più ricorrenti della disinformazione moderna consiste proprio nella fabbricazione dell’autorità: sedicenti specialisti, commentatori onnipresenti, esperti improvvisati che affollano quotidianamente social network e piattaforme digitali dispensando certezze su qualunque materia. Cambiano gli strumenti, non il meccanismo. La credibilità pare essere, prima di tutto, una messinscena. Barnum questo lo comprende benissimo. Come intuisce anche un’altra verità: il pubblico desidera soprattutto lasciarsi suggestionare.
Così la celebre Feejee Mermaid viene esposta nel museo-circo di Barnum, un luogo allestito per destabilizzare lo sguardo e trasformare la curiosità in profitto. Tra le attrazioni del museo si dice figurasse persino una donna di centosessantuno anni. Roba da non credere. Eppure la gente ci crede. O forse sceglie di crederci.
Il mistero, l’attesa, le testimonianze, l’autorevolezza scientifica, perfino la distanza fra ciò che viene promesso e ciò che verrà realmente mostrato. Ogni dettaglio è pronto.
Quando infine gli spettatori si trovano davanti alla presunta sirena, lo stupore lascia spazio al disorientamento. Non c’è alcuna creatura incantevole emersa dagli abissi. Davanti ai loro occhi compare invece un corpicino grottesco e rinsecchito: il busto essiccato di una scimmia cucito artigianalmente alla coda di un pesce.
Un falso, certamente. Un manufatto proveniente dal Giappone, concepito per il mercato delle curiosità esotiche. Eppure il successo della sirena è enorme.
Più penso a questa vicenda, riemersa da alcuni vecchi manuali selezionati per i miei studenti, più mi sembra di imbattermi in un episodio che, osservato oggi, ricorda il fenomeno delle fake news. Barnum diffonde una notizia artefatta presentandola come autentica; la sostiene attraverso giornali, immagini, presunte prove scientifiche e testimonianze costruite ad arte; genera un clima emotivo capace di sospendere il dubbio e trasformare la menzogna in esperienza collettiva.
Le differenze rispetto al presente riguardano soprattutto la velocità della diffusione e gli strumenti. Oggi esistono l’intelligenza artificiale, i deepfake, le immagini sintetiche indistinguibili dal reale, i video manipolati progettati per suscitare indignazione o stupore. Il principio però resta identico: la verità, spesso e purtroppo, conta meno della forza narrativa con cui viene confezionata.
Questo è l’aspetto che ritengo più inquietante della storia. Barnum dimostra che per rendere virale una storia non servono algoritmi. Basta comprendere il funzionamento dell’immaginazione collettiva.
L’opinione pubblica sceglie di partecipare a un’esperienza condivisa, di assistere a qualcosa di cui poter parlare, discutere, dubitare.
In fondo ogni epoca costruisce le proprie sirene. E forse è proprio per questo che la sirena di Barnum continua ancora oggi a guardarci da lontano. Non come una curiosità ottocentesca, ma come uno specchio. Del resto le sirene cambiano forma. La voglia di crederci, molto meno.





