Come non mi immagino il futuro

disegno gioco scarabeo con scritta futuro

Gatta, colazione, doccia. E via verso la stazione.

Più o meno tutte le mie mattine iniziano così. La routine è quasi sempre la stessa, ma poi fatti, persone e pensieri possono rendere diverso il tragitto. Succede soprattutto durante il viaggio verso il lavoro, che ormai da semplice spostamento quotidiano è diventato uno spazio sospeso tutto mio. E poco importa a chi continua a chiedermi perché io non prenda la macchina.

È il momento delle cuffie tra musica e podcast. Una rapida rassegna stampa, le ultime notizie e un veloce, talvolta frivolo, sguardo ai social. I contenuti scorrono davanti agli occhi. Poi, spesso, arrivano spunti di riflessione. Nascono quasi per caso. Ci si sofferma su alcuni per lo stato d’animo, su altri senza sapere esattamente perché.

Su LinkedIn, ad esempio, in questi giorni mi sono imbattuta in un post di Lorenzo Paoli, collega e professionista della comunicazione e della CX. Il tema era quello delle possibili identità che immaginiamo di poter avere in futuro. E su quel pensiero sono tornata più volte nel corso della giornata, lasciando che si intrecciasse ad altri ragionamenti.

È una riflessione che, in fondo, mi accompagna da sempre. Come mi vedo tra qualche anno? Cosa vorrei diventare? Quali obiettivi desidero raggiungere?

Ma proprio da quel ragionamento mi è venuta in mente la domanda opposta.

Come non mi immagino il mio futuro?

Siamo abituati a costruire e ideare visioni positive di noi stessi, soprattutto quando stiamo progettando qualcosa. Immaginiamo il lavoro che vorremmo fare, i luoghi in cui vorremmo vivere, le persone che vorremmo essere. È naturale. E spesso è utile, perché offre una direzione verso cui muoversi. Ci impegniamo per questo, tra sforzi, sacrifici e tentativi.

Eppure forse esiste un esercizio altrettanto interessante: definire ciò che non vogliamo diventare.

Mi è tornato in mente, allora, un laboratorio di scrittura creativa seguito alcuni mesi fa a Milano. La consegna era semplice solo in apparenza: «Pensate alla cosa che odiate di più. Scrivetela su un foglio bianco (a mano!). Adesso scrivete un breve testo per convincere la persona accanto a voi che quella cosa è bellissima e che dovrebbe farla».

Ricordo di aver trovato quell’esercizio particolarmente difficile. E, per certi versi, persino surreale.

Eppure il senso era proprio quello: costringerci a uscire dal percorso mentale più immediato, osservare una situazione da una prospettiva diversa, esplorare un punto di vista che normalmente avremmo scartato.

Forse la domanda sul futuro funziona allo stesso modo.

Ci chiediamo spesso chi vorremmo diventare. Molto meno frequentemente ci domandiamo chi non vorremmo essere, quali compromessi non saremmo disposti ad accettare, quali vite non sentiremmo nostre.

Probabilmente, in alcuni momenti della vita, rispondere a questa domanda al contrario è persino più semplice. E potrebbe aiutarci a prendere decisioni più consapevoli nel presente.

Perché immaginare il futuro è importante. Ma a volte è proprio dalle strade che decidiamo di non percorrere che si manifesta, con maggiore chiarezza, la direzione da seguire.

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