Cosa faccio a Ferragosto? Me lo domando ogni anno, ma è soltanto una scusa per ritrovare la risposta che conosco già: a Ferragosto non faccio nulla.
È il mio magnifico rituale. Un esercizio di sottrazione nel giorno in cui tutti sembrano avvertire l’obbligo di aggiungere qualcosa: una partenza, un pranzo, una spiaggia, una montagna, una fotografia da consegnare alla liturgia collettiva. La giornata dell’Assunta diventa la mia personale giornata dell’assenza.
Penso alla fatica necessaria per conquistare il cosiddetto relax, all’affollamento affrontato in nome della tranquillità, alla ricerca quasi ostinata di un angolo di pace insieme a migliaia di persone che stanno cercando esattamente lo stesso angolo assiepandolo. È uno dei paradossi del tempo questo: persino il riposo rischia di diventare una prestazione. Siamo sempre a lavoro.
Bisogna partire, arrivare, prenotare, organizzare. Occorre divertirsi. E possibilmente dimostrarlo. Il calendario stabilisce che oggi siamo felici, rilassati e spensierati. E noi, disciplinatamente, ci proviamo. O no?
Io alle tradizioni, e spero che nessuno se ne dispiaccia, in alcuni casi preferisco essere infedele. Così oggi niente mare e niente montagna. Nessuna corsa verso un altrove che, proprio perché inseguito da molti, rischia di assomigliare al luogo dal quale volevamo fuggire.
Resto in casa, dove sovrano è il silenzio, a combattere soltanto contro l’umidità che quest’anno più che mai appiccica, elettrifica, è in grado persino di creare ad alcuni infiltrazioni nel cervello stagnante. Fuori, intanto, la città nuda e ferma. Le strade improvvisamente sono consegnate a se stesse, serrande abbassate, rumori diradati. Una città senza la folla che normalmente la racconta appare indifesa. E chi la agita? Pochi, pochissimi passi e soprattutto i pensieri, anche questi pochi e di pochi. Pensieri che finalmente trovano spazio perché intorno si è fatto silenzio. Mentre altrove il grande rituale di Ferragosto, eccolo, viene portato a compimento: tavolate, ombrelloni, brindisi, code, tuffi e partenze.
Qualcuno resta. Non per malinconia. Non per snobismo. E nemmeno per avversione alla festa. Semplicemente perché esiste anche quella libertà minuscola e preziosa, quella di non dover essere dove sono tutti gli altri. È terribilmente noioso.





