Più usata, meno creduta: il paradosso dell’intelligenza artificiale nell’informazione

signora che legge giornale con accanto un robot IA

Secondo il Digital News Report 2026 cresce l’utilizzo dei chatbot per informarsi, soprattutto tra i lettori più attenti e coinvolti. Ma la fiducia nelle notizie fornite dall’IA resta molto bassa. Una contraddizione che dice molto sul futuro del giornalismo.

Ti informi attraverso l’intelligenza artificiale?
Se la risposta è sì, probabilmente fai parte di quel pubblico che il Digital News Report 2026 del Reuters Institute for the Study of Journalism definisce “power news consumers”.

Persone che leggono notizie più volte al giorno, confrontano fonti diverse, utilizzano motori di ricerca, newsletter, piattaforme video e creator indipendenti per orientarsi nell’attualità. Forse hai già chiesto a un chatbot di spiegarti una crisi internazionale, riassumerti un report o aiutarti a comprendere una vicenda complessa. E probabilmente lo fai sempre più spesso.

Secondo il Digital News Report 2026 del Reuters Institute for the Study of Journalism, mentre la fiducia generale nelle notizie a livello globale si attesta al 37%, quella nelle notizie fornite dall’intelligenza artificiale si ferma al 20%.

Più utilizziamo questi strumenti, più sembrano entrare nelle nostre abitudini quotidiane. Ma non per questo siamo disposti ad affidarci completamente a loro. La diffidenza verso l’IA nasce da molte ragioni.

Negli ultimi anni il dibattito pubblico è stato attraversato da preoccupazioni legate alla disinformazione, ai deepfake, alle manipolazioni digitali e agli errori generati dagli algoritmi. Non sorprende quindi che molti guardino con prudenza alle risposte prodotte da una macchina.

Eppure il report evidenzia un elemento altrettanto significativo: chi utilizza concretamente questi strumenti tende a fidarsi molto più degli altri. Tra gli utenti dei chatbot la fiducia raggiunge il 44%, mentre tra chi non li usa si ferma al 17%. Non significa necessariamente che l’IA sia più affidabile.

Significa piuttosto che l’esperienza diretta sembra ridurre una parte delle diffidenze iniziali. Chi utilizza questi strumenti quotidianamente ne conosce limiti ed errori, ma ne sperimenta anche l’utilità nel comprendere rapidamente temi complessi, confrontare informazioni e orientarsi tra grandi quantità di contenuti.

L’IA, per molti, non è più una curiosità tecnologica. È diventata uno strumento utile.
Ma utile per fare cosa?

Ed è proprio il report a suggerire una risposta. Gli utenti non cercano semplicemente notizie.

Cercano comprensione. Il 42% apprezza la possibilità di fare domande di approfondimento. Il 39% la velocità delle risposte. Il 36% la capacità di sintetizzare temi complessi. Un terzo degli intervistati utilizza questi strumenti per tradurre contenuti provenienti da altre lingue.

Qui emerge una considerazione scomoda per il giornalismo contemporaneo. Per anni i media hanno costruito un modello fondato sulla trasmissione unidirezionale dei contenuti: chi fa giornalismo racconta, il pubblico legge. Oggi, invece, una parte crescente degli utenti desidera interagire con la notizia, fare domande, approfondirla e contestualizzarla.
Per chi si occupa di comunicazione, questa evoluzione può richiamare alcune riflessioni sviluppate nel campo delle relazioni pubbliche e della comunicazione strategica. Già negli anni Ottanta James E. Grunig sosteneva che i modelli più efficaci fossero quelli fondati sul dialogo e sulla comprensione reciproca, piuttosto che sulla semplice trasmissione dei messaggi. Naturalmente il giornalismo non coincide con le relazioni pubbliche.
Tuttavia il successo dei chatbot sembra suggerire che una parte del pubblico non voglia più essere soltanto destinataria dell’informazione. Vuole poter interagire con essa.

Non è un caso, dunque, che il profilo di chi utilizza l’IA per le notizie coincida spesso con quello degli utenti più interessati all’attualità. Il report li definisce “news lovers”: persone che consumano informazione frequentemente e che non si accontentano della superficie.

Non stanno abbandonando le notizie. Stanno cercando un modo diverso di accedervi. È una differenza sostanziale.

Per anni si è parlato della crisi dell’informazione come di una progressiva perdita di interesse verso le notizie. I dati del Digital News Report 2026 suggeriscono invece che una parte del pubblico continua a cercarle, ma attraverso strumenti, linguaggi e modalità di fruizione diversi rispetto a quelli tradizionali.

Per questo motivo parlare in questo contesto di intelligenza artificiale non riguarda soltanto la tecnologia. Fa luce sul rapporto tra giornalismo e pubblico.

La buona notizia è che il report offre anche un’indicazione incoraggiante per le redazioni. Quando gli utenti ricevono una risposta da un chatbot, molti continuano a cliccare sulle fonti originali. Lo fanno soprattutto per verificare l’accuratezza dell’informazione e per capire da dove provengano i contenuti.

Secondo il Digital News Report 2026, il 42% degli utenti dichiara di cliccare spesso sui link suggeriti dall’IA e le ragioni principali sono due: verificare la correttezza delle informazioni ricevute e conoscere meglio la fonte originaria.

È un segnale importante, perché dimostra che anche in un ecosistema sempre più popolato da sintesi automatiche e risposte generate dall’IA, la fonte continua a rappresentare un elemento decisivo di credibilità.

In un contesto dominato da risposte istantanee e contenuti sintetizzati, il valore del giornalismo non diminuisce. Anzi. Diventa ancora più determinante. Perché l’IA può sintetizzare. Può spiegare. Può collegare informazioni. Ma qualcuno deve continuare a raccogliere i fatti. Qualcuno deve verificare le fonti. Qualcuno deve essere presente sul territorio, osservare, intervistare, controllare e documentare.

Il vero valore del giornalismo non è mai stata la velocità con cui trasmette informazioni. È la credibilità con cui le produce. Non si tratta allora di una competizione tra giornalisti e intelligenza artificiale. Più probabilmente, di una collaborazione indiretta. L’IA aiuterà le persone a orientarsi nella complessità. Il giornalismo continuerà a fornire la materia prima necessaria affinché quelle risposte abbiano un fondamento.

Ma per riuscirci i media dovranno accettare un dato, anzi una lezione che arriva proprio dai loro lettori loro più cari e coinvolti. Le persone non cercano soltanto notizie. Cercano conversazioni intelligenti intorno alle notizie. Non stanno abbandonando le notizie. Stanno chiedendo un modo diverso di comprenderle.

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